Lavoro e formazione continua: ancora criticità in Italia

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Formazione continua è un nome ancora strano nel mondo del lavoro italiano. Ciò è dimostrato non solo dalle bassissime percentuali della diffusione di formazione in azienda, ma anche dallo scarso impiego di strumenti di finanziamento, che pur ci sono, a supporto della formazione.

Cos’è la formazione continua

In un mondo lavorativo costantemente in cambiamento e con un trend sempre più alto di digitalizzazione e automatizzazione, il mercato del lavoro subisce modifiche velocissime. Mansioni considerate “eterne” vengono automatizzate e quello che non viene automatizzato, viene reso più difficile dalla costante specializzazione dei sistemi individuali. Lo sbaglio principale che si può fare è quello di pensare che questa tendenza sia in atto solo per lavori di routine o aziendali, dove i software possono sostituire per larga parte figure altresì essenziali. La verità invece è che i lavori più a rischio sono proprio quelli con basse competenze.

La formazione continua altro non è che una formazione svolta sul luogo di lavoro, per non rimanere indietro con i cambi e le novità e, soprattutto, mantenere aggiornate le proprie competenze.

Alcuni esempi di formazione continua sono i cosiddetti corsi di aggiornamento, che però hanno il rischio di essere erogati solo in aziende particolarmente strutturate. Oppure di concernere più che altro corsi sulla sicurezza, sul primo soccorso (importantissimi!) che però non aiutano al momento della ricerca di un altro lavoro.

Come funziona la formazione continua e perché l’Italia non investe

Da una stima del 2019, solo il 20% dei lavoratori italiani riceve formazione continua sul lavoro. Un dato preoccupante, poichè rappresenta la metà della percentuale degli altri Paesi Ocse. Su questo l’UE spinge, mettendo a disposizione anche specifici fondi di finanziamento. Fondi rimasti largamente inutilizzati, peraltro. L’idea di fondo è quella che la scuola non basta per formare e preparare al mondo del lavoro, nonostante la recente aggiunta dell’alternanza scuola-lavoro per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Come già detto, il mercato lavorativo cambia rapidamente e bisogna dunque che anche le competenze e le conoscenze degli adulti vengano continuamente aggiornate, anche in vista del fatto della continua digitalizzazione delle aziende.

Oggi, l’italia rischia di essere non solo impreparata da un punto di vista della formazione di determinate figure (è recente la notizia secondo cui sia difficile trovare tecnici: Confindustria ha stimato una necessità di qui a 3 anni di 193mila tecnici. Un terzo
risultano introvabili…) ma anche e soprattutto da un punto di vista prettamente organizzativo. Qui entrano in gioco i fondi strutturali, studiati appositamente per favorire la formazione sul luogo di lavoro e togliere una delle debolezze del sistema
lavorativo italiano.

Il punto di vista dell’Ocse sulla Formazione

Il rapporto “Adult Learning in Italy: what role for Traning Funds?” dell’Ocse, pone l’accento proprio sulla questione automatizzazione, stimando un incremento dei posti di lavoro aiutati dall’automazione digitale del 15,2%. Inoltre, presenta un’altra stima relativa ai lavori che risentiranno profondamente dei cambiamenti, ovvero il 35,5%. Più di un lavoro su tre.

In questo panorama, l’Italia è profondamente indietro: la formazione continua sul lavoro dovrebbe proprio permettere di ridurre questo divario, permettendo agli adulti italiani di aggiornare le competenze e rendersi competitivi sui nuovi scenari lavorativi prospettati. Una storia che si ripete, dopotutto: già durante il boom degli anni ’60 era stato necessario investire sulla formazione di personale tecnico per poter mandare avanti le nuove fabbriche in continua espansione, quindi alcuni potrebbero avere una sorta di dejavù. La digitalizzazione del lavoro, però, rende ancora più impellente questo doversi aggiornare, dovendo imparare forse da zero quello che realmente significa passare da un lavoro prettamente manuale, a uno di controllo, digitalizzato.

La quota, bassissima, degli adulti partecipanti ad attività di formazione è del 20%, stima che scende al 9,5% per le mansioni con basse competenze, quei ruoli che abbiamo già menzionato e che saranno sicuramente colpiti più duramente dalla progressiva automatizzazione.

Soluzioni a portata di mano: i fondi disponibili

Vengono in aiuto alcuni strumenti di finanziamento, sia nazionali che europei. I “Fondi Paritetici Interprofessionali Nazionali per la Formazione Continua” ad esempio possono preparare sia gli adulti che le figure “nuove” del mercato lavorativo, ai cambiamenti in vista. Ci sono tuttavia dei problemi di natura sociale, burocratica ed economica.

I Fondi interprofessionali per la formazione sono perlopiù sconosciuti in Italia, per via di un’insufficiente cultura della formazione e la bassissima domanda di competenze, specie per le piccole e medie imprese. Proprio su queste l’Ocse ha posto l’accento su quanto sia ancora burocraticamente complicato e oneroso per le piccole imprese, rientrare nel progetto di formazione continua. Imbarazzante tuttavia il rapporto delle aziende che investono in competenze informatiche per il proprio sviluppo: appena il 3%. Mentre il 30% è ben preparato in termini di competenze utili nel futuro immediato, c’è chi non si aggiorna e rischia di chiudere nel momento in cui i cambiamenti del mondo lavorativo li faranno ritrovare di fronte la realtà cruda dell’essere stati esclusi dal mercato.

Quali accorgimenti apportare affinché i fondi vengano utilizzati

L’Ocse, con lo studio coordinato da Alessia Forti, individua delle soluzioni a breve e medio termine: innanzitutto incoraggiare la formazione nelle PMI per i gruppi più svantaggiati, così da poter appianare i sempre più giganteschi divari fra chi possiede competenze informatiche e chi è ancora convinto queste non servano. In seconda battuta, coinvolgere più attivamente le parti sociali, vietando l’uso dei fondi per la formazione obbligatoria e dare maggior peso alla necessità di poter scegliere quali competenze acquisire senza andare a “perdere” i fondi nel formare competenze già presenti nei singoli, oppure semplicemente disinteressati per via della propria mansione. Ultimo ma non ultimo, si parla ovviamente di garantire che i Fondi abbiano i giusti finanziamenti e vengano gestiti con criterio, evitando di usarli come “bancomat d’emergenza” dal governo, come già successo.

Quali rischi porta rimanere indietro

Una breve panoramica che si prospetta per il nostro paese, nel caso le competenze manchino, è la mancanza di competitività sul mercato europeo e internazionale. Mancanza che si tradurrebbe immediatamente in meno investimenti da parte delle aziende, in quanto dover formare da zero figure completamente avulse all’attuale sistema lavorativo internazionale è una spesa che raramente potrebbe ripagare la sola presenza sul territorio italiano.

Nel medio e lungo termine, la mancata formazione potrebbe portare inoltre alla compressione dei lavori, alla scelta delle mansioni e, dunque, a una sovrabbondanza di figure, anche magari specializzate ma non aggiornate, le quali si ritroveranno a non poter più svolgere la propria attività nonostante l’esperienza acquisita e le capacità già pre-esistenti. La conseguenza diretta di una mancanza di differenziazione nelle figure lavorative, infine, porterebbe a un mondo lavorativo dove la concorrenza di mansioni con basse competenze verrebbe accentuata dalle mancate assunzioni delle figure specializzate, le quali dovranno necessariamente ripiegare su questo tipo di lavori.

Insomma, un mezzo disastro che non risparmierebbe neanche i giovani, in quanto si ritroverebbero a dover fare i conti con la necessità di ricoprire determinate figure mancanti per assicurarsi un posto di lavoro, possibilmente dovendo intraprendere carriere scolastiche specifiche per poterle perseguire.

Il ruolo dei giovani in tutto questo

Proprio i giovani sono quelli su cui l’Italia si ritroverà ad avere delle disparità di competenze impossibili da colmare con gli adulti senza formazione continua, se il trend continua così. Il solo “sistema duale”, preso in prestito dalla Germania, ha visto 29mila ragazzi alle prese con 3300 contratti di apprendistato già attivati. I 28926 allievi iscritti ad attività formative, sono per il 60% avviati già a percorsi per conseguire determinate qualifiche, con 3306 già assunti con contratto di apprendistato di primo livello. Se questi dati da una parte fanno intuire come la formazione dei giovani sostituirà le competenze non aggiornate dei più grandi, è palese come vi siano diversi problemi in questo processo.

La prima difficoltà sarà quella di avere una classe lavorativa divisa in due parti: un “vecchio mondo” e un “nuovo mondo”, ovvero il primo caratterizzato da conoscenze non aggiornate e individui sostituiti nelle proprie mansioni da giovani più competenti, i quali cercheranno altre occupazioni, andando a foraggiare quell’eccessiva concorrenza per mansioni con basse competenze, come accennato sopra. Il secondo, il “nuovo mondo” sarà invece già formato e immesso nel mondo lavorativo grazie al sistema duale e alle politiche di alternanza, ma rischieranno di rimanere perennemente in condizioni economiche precarie, in quanto ci potrebbe sempre essere una sorta di “processo di ricambio” continuo, nel caso si spinga troppo su contratti di tipo apprendistato. Un rischio duplice, o anche triplice, in quanto le aziende potrebbero sfruttare la poca esperienza lavorativa dei giovani per offrire salari minori, giocando sulla presenza si di competenze specifiche per la mansione, ma soprattutto sul fattore “primo lavoro”.

Quindi anche con il sistema duale i percorsi formativi non devono essere abbandonati e devono risultare anzi continuativi: coadiuvare la prima formazione, alla formazione continua, così da rendere il mercato lavorativo più mobile e meno incerto, meno basato sui tentativi di ottimizzazione economica.

Non si può inoltre ignorare che proprio le multinazionali e quelle aziende notoriamente esose di efficienza salariale, sono anche quelle che portano più domanda di profili professionali, ma che allo stesso tempo richiedono ai lavoratori una presenza già da subito competente nelle proprie mansioni. Molti problemi, diverse soluzioni e un futuro dai risvolti incerti.

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