Perché il Counseling?

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Ti racconto la mia storia

 

Mi sono avvicinata al Counseling incoraggiata dall’esperienza positiva di un’amica che si era iscritta al corso di Microcounseling presso l’ASPIC di Napoli e per quella mia naturale attitudine a voler comprendere alcuni miei aspetti caratteriali che un tempo consideravo ”limitanti” . Non sapevo precisamente in cosa consistesse, ma la mia esperienza lavorativa tipicamente aziendale, (sono promotore finanziario da 13anni e lavoro in una realtà bancaria) ed il termine stesso, mi suggeriva più un percorso consulenziale e tecnico che di tipo umanistico.

 

Un percorso volto allo studio più della comunicazione di aiuto in quanto processo, che non della comunicazione che agevola la relazione.

Tuttavia, dal primo modulo formativo, mi sono resa conto che avevo intrapreso un percorso caratterizzato oltre che da teorie, dalla messa in atto di tutto ciò che apprendevo.

In Italia il mondo accademico è centrato principalmente su una forte impostazione teorica che lascia poco spazio alla sperimentazione pratica e questo sia nelle discipline letterarie che in quelle scientifiche. Questo vale nella grande maggioranza dei casi anche per i master post laurea che rappresentano spesso un ulteriore approfondimento teorico, molto lontano dal mondo del lavoro ,dalla sua concretezza e dalle sue esigenze.

La prima grande sorpresa di questa scuola di Counseling è stata proprio nella novità di un’impostazione che capovolge completamente gli equilibri presenti nella didattica italiana, privilegiando nettamente l’aspetto esperienziale e sperimentale in senso stretto.

Sin dai primi approcci nella realtà ASPIC, ho capito che lo studio puramente teorico mi sarebbe valso a ben poco se non avessi sin da subito imparato a mettere in atto le nozioni apprese attraverso dei comportamenti nuovi e finalizzati a sperimentare dal “vivo” ed in concreto quanto studiato.

 

Non si trattava dunque di imparare le regole dell’ascolto attivo, o le regole della comunicazione o della messa in atto dell’empatia, ma di metterle in pratica attraverso esercitazioni, role playing, sperimentazioni.

 

Per far ciò ho dovuto imparare (grazie anche alla supervisione e al monitoraggio dei docenti e dei tutors) a superare quell’atteggiamento difensivo che mette in atto chi evita di sperimentarsi per paura dell’errore e dell’insuccesso nella convinzione che si è sempre nel giusto e che i propri comportamenti risultano sempre adeguati.

Superare questa convinzione e tutto ciò che ne deriva ed imparare dunque a indossare abiti “diversi” da quelli usuali ha rappresentato il primo step verso un processo di reale cambiamento. Cambiamento che si è poi tradotto in maggior conoscenza ed accettazione di sé e degli altri.

 

Una seconda peculiarità della metodologia ASPIC è rappresentata dall’integrazione dei vari approcci studiati senza prediligerne alcuno, nella convinzione che tutti a seconda della situazione e della caratteristiche proprie, possano essere utili e efficaci nella comunicazione di aiuto.

 

 

L’ASPIC integra la cultura occidentale con quella d’oltre oceano, valorizzando il pragmatismo, non più visto come atteggiamento superficiale da bandire, ma piuttosto come naturale traduzione e verifica della bontà di ogni possibile teoria.

L’insegnamento che si può trarre da questo felice connubio tra studio teorico e sperimentazione continua dei modelli e delle strategie, è che non si può concepire la formazione di un professionista come conclusa una volta ottenuto il “pezzo di carta” , ma essa deve essere necessariamente graduale e parallela allo studio teorico per dare allo studio stesso una memoria diversa nella propria crescita professionale; una crescita concepita come una continua, progressiva comparazione tra il progredire nella conoscenza e il simultaneo miglioramento nella relazione umana che costituirà il futuro contesto di lavoro quotidiano.

Mi affascina la prospettiva di una relazione d’aiuto in cui chi ha bisogno della prestazione mantiene per intero la sua dignità, tratta il proprio disagio come una normale evenienza legata all’esistenza, recupera una condizione di assoluta parità di rapporto e finisce addirittura con l’essere egli stesso, lo strumento di una maggiore crescita e consapevolezza in colui che professionalmente costruisce il superamento del disagio esistenziale, divenendo parte di una diade inscindibile, dove, al termine del processo, è difficile davvero stabilire chi dei due debba essere maggiormente riconoscente verso l’altro!

Sebbene il Counseling abbia già fatto molta strada nelle culture dell’intero pianeta, io credo che non abbia ancora espresso, nelle società moderne, tutto il potenziale innovativo e per molti aspetti rivoluzionario, che lo caratterizza ed è sicuramente una delle professioni che si riveleranno decisive ed efficaci nella costruzione di società moderne orientate al benessere ed alla prevenzione delle patologie del comportamento.

Ringrazio tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito, con suggerimenti, critiche, incoraggiamenti o con il semplice silenzio, alla mia formazione e soprattutto alla crescita della mia umanità. 

 

 

     
     Liliana Ferrara
Counselor in formazione

 

 

E’ in partenza il corso base di Counseling e Coaching organizzato dall’Aspic di Napoli  in  collaborazione con Canale Formazione

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